Mab

Ciao Mab, quando e come hai iniziato a disegnare su muro?

Ho iniziato intorno alla metà degli anni ’90, credo fosse il ’94. Probabilmente prima era venuto l’aerografo e poi il muro, ma disegnare mi piaceva fin dalle medie e mi riusciva abbastanza bene.
Nonostante frequentassi l’ITIS con l’idea di proseguire verso Ingegneria Meccanica, mi gasava l’idea di esprimermi in modo artistico in un contesto così distante; cavalcare questo contrasto mi dava molta carica.
Ci sono state diverse scintille.
Una fu una rosa, tracciata in modo rapido e quasi istintivo, dedicata a una persona che mi aveva fatto leggere Il Piccolo Principe qualche anno prima: lì ho capito che il muro era un mezzo per comunicare qualcosa.
Poi ci fu quella pubblicità della Seven che mi diede la spinta a voler replicare la scritta vista in TV sul muro del mio paese. Non era dedicato a qualcuno in particolare, anche se nel tempo l’ho poi indirizzato a convenienza, ma l’effetto che ricevetti indirettamente dalle persone e la potenza di quel modo di comunicare hanno acceso un fuoco rimasto ardente per molti anni, alimentato dal desiderio di restare fuori dagli schemi del piccolo paese in cui vivevo.

Cosa contraddistingueva quello che facevi? Come si è evoluto il tuo stile col tempo?

Ho iniziato proprio dall’aerografo e il mio tag deriva da lì: MAB sta per Marco Air-brush.
Non credo di aver mai avuto uno stile specifico; più che altro, se vedevo qualcosa che mi dava uno spunto e pensavo di essere in grado di riprodurlo, allora nasceva l’interesse. Sfruttavo il muro per scrivere dediche e cercavo di realizzare qualcosa che avesse un impatto visivo immediato.
Il mio approccio era quasi metodico: cercavo ispirazione su riviste specializzate come Air-brush Art Magazine, di cui aspettavo con ansia ogni uscita, rifacevo il disegno su carta per adattarlo alle mie possibilità tecniche e poi passavo all’azione.
Usavo bombolette economiche da ferramenta e col tempo, per ottenere un tratto più pulito, ho iniziato a modificare i tappini inserendo degli aghi di siringa. Il lavoro seguiva uno schema fisso: prima i contorni neri, poi i riempimenti, le sfumature per dare profondità, la rifinitura dei tratti e infine i punti luce bianchi per far “staccare” il disegno dal muro.

HHai qualche ricordo degli anni in cui disegnavi? Puoi raccontarci qualcosa del contesto in cui disegnavi? Sei sempre rimasto molto legato al paese dove eri e staccato da tutti gli altri writer/street artists di allora… 

È sempre stata una cosa molto mia, vissuta nel mio paese ( Sale Marasino ). Non mi sentivo parte di una “scena” o di uno stile di vita da writer. Mi piaceva la dimensione locale, il fatto di essere riconosciuto dalle persone. Ricordo le notti a scappare dalla finestra del bagno all’una di notte, lo zaino in spalla e lo scooter spento per non far rumore sotto casa dei miei prima di allontanarmi.
Per diverso tempo sono stato un lupo solitario, finché un amico mi ha presentato un ragazzo che invece era più indirizzato allo “stile di vita” del writer. Da lì abbiamo iniziato a incontrarci nelle notti dei murales e a frequentarci anche nella vita: avere dei “pali” e degli amici che facevano compagnia mentre dipingevo ha reso tutto più leggero e divertente. Sono sempre stato un ragazzo molto timido e il disegno è stato un modo piuttosto efficace per trovare la mia dimensione e sbloccarmi.

A che tipo di informazioni e media (riviste, libri, video o eventi…) avevi accesso circa il fenomeno dei graffiti ai tempi?

Molto poche. Non ero inserito nel giro dei writer, quindi non seguivo riviste di settore o eventi.
La mia rivista di riferimento era Air-brush Art Magazine, ma per il resto mi lasciavo ispirare da qualsiasi cosa mi passasse davanti nella vita di tutti i giorni. Poteva essere un’immagine in TV, una pubblicità, un murales visto per strada o anche una richiesta di un amico: ogni cosa poteva diventare l’innesco per far partire un nuovo progetto. Mi bastava quello, insieme a un muro adeguato che permettesse una fuga facile in caso di necessità e il mio bozzetto su carta da seguire.

Cosa fai ora? Riesci ancora a portare avanti il tuo percorso artistico? (se vuoi, inserisci pure eventuale tuo sito o social) Ti sei mai più interessato ai graffiti e a come si sono sviluppati in città o in Italia negli ultimi anni?

Oggi sono un ingegnere meccanico e mi occupo di simulazioni numeriche dei processi di stampaggio delle materie plastiche e dei metalli.
Per anni ho continuato a realizzare quadri e murales in locali e stanze, cercando sempre di mantenere vivo quel contrasto creativo che mi ha spinto fin da ragazzo.
Non seguo il mondo della street art e non ho legami con la scena dei graffiti, ma la voglia di riprendere in mano l’aerografo è sempre lì. Mi immagino un domani a dedicarmi totalmente a quello, magari con uno spirito diverso ma con la stessa curiosità di allora.

Vuoi dirci altro di te? Quali altri passioni hai? Cosa ti piace fare?

Al momento sto canalizzando la mia creatività in un progetto molto stimolante: sto realizzando un gioco in scatola insieme a mia moglie.
È una bella sfida perché unisce inventiva, creatività, rigore delle regole e la voglia di creare qualcosa di proprio.
Oltre a questo, sono appassionato di tecnologia e finanza, e frequento attivamente il mondo del collezionismo. Ho un progetto nel cassetto che prima o poi spero vedrà la luce: realizzare delle opere materiche che siano un mix tra colori “spray” e oggettistica reale, per dare tridimensionalità e corpo alla mia visione artistica.

Qualche aneddoto curioso / divertente dei vecchi tempi?

Una volta, mentre ero con uno dei miei migliori amici d’infanzia — era la prima volta che mi seguiva in questa cosa — siamo stati beccati sul fatto dai Carabinieri mentre disegnavamo in un paese vicino.
Ci hanno sequestrato tutto e intimato di cancellare il disegno quanto prima, per poi recarci in caserma la mattina seguente.
Così, grazie a delle bombolette di grigio che ci siamo fatti lasciare da loro dopo averli quasi pregati, ci siamo messi d’impegno per sistemare tutto. Mentre pulivamo il muro, è passata la Polizia sulla strada adiacente e, con una sgommata, ha fermato il veicolo dirigendosi a piedi verso di noi. Eravamo così rassegnati che non abbiamo nemmeno smesso di coprire il muro, mentre il mio amico spiegava che ci avevano già beccati ed eravamo lì in “spedizione punitiva”. Siamo rimasti a pulire fino all’alba, per poi andare a fare colazione al bar ancora imbrattati di pittura.
Quando ci siamo recati in caserma, dopo la sgridata di rito, il maresciallo ci ha confessato che il disegno gli piaceva, ma che in quel periodo dovevano stringere i controlli per via della pressione esercitata dalle ferrovie per i graffiti sui treni. Il posto, infatti, era vicino a una stazione.
Per molto tempo, passando da quel luogo, ho continuato a vedere i contorni del mio disegno incompiuto: righe grigie su muro grigio…

Vuoi salutare qualcuno?  

Saluto tutti gli amici e le comparse che hanno passato quelle notti al freddo con me, anche solo per vedere come finiva il disegno o per aspettare una dedica.
Un saluto particolare a JDTK: è stato lui a cercarmi e a trascinarmi fuori dalla mia dimensione solitaria. Il suo supporto e la sua spinta sono stati determinanti per farmi progredire; grazie a lui ho vissuto il passaggio fondamentale dalla pittura vissuta in solitudine a quella condivisa.
E infine un saluto speciale a Linda, che mantiene sempre viva la fiammella artistica in me.

Aprile 2026
Tnx Mr.Boxe per l’intervista!


Vai alla lista immagini
1996 - 2 immagini 1996 - 2
  • 2 immagini nel 1996